La definizione

Il welfare design è la progettazione di servizi, politiche e modelli di benessere sociale a partire dai bisogni reali delle persone e delle comunità, integrando le risorse pubbliche, private e del terzo settore disponibili su un territorio.

La parola design non indica l’estetica, ma il metodo: osservare, capire, immaginare soluzioni, provarle, misurarle e correggerle. Applicato al welfare, significa smettere di partire dall’offerta esistente ("i servizi che abbiamo") per partire dalla domanda ("i bisogni che ci sono") e dalle risorse, spesso inutilizzate, che una comunità già possiede.

Il welfare designer è il professionista che guida questo processo: non eroga i servizi, li progetta insieme a chi li gestirà e a chi li userà, e costruisce le condizioni organizzative ed economiche perché durino.

Perché serve oggi

Il welfare italiano si regge su un equilibrio sempre più fragile. Da un lato i bisogni crescono e cambiano forma: invecchiamento e non autosufficienza, solitudine, povertà educativa, nuove fragilità lavorative e abitative. Dall’altro le risorse pubbliche non bastano e sono frammentate tra enti diversi, mentre il terzo settore e gli enti religiosi dispongono di patrimoni, competenze e reti che spesso non dialogano tra loro.

La riforma del terzo settore ha dato una cornice a questa collaborazione, con la co-programmazione e la co-progettazione tra enti pubblici e privati sociali. Ma una cornice non basta: servono persone capaci di leggere un territorio, mettere attorno a un tavolo soggetti diversi e trasformare un’intuizione in un servizio sostenibile. È qui che nasce il welfare design.

Per gli enti religiosi la questione è ancora più concreta: opere nate decenni fa per bisogni di allora, immobili e comunità da ripensare, carismi da tradurre in servizi che abbiano senso oggi. Il welfare design offre un metodo per farlo restando fedeli alla missione.

Cosa fa un welfare designer

Il lavoro segue, con le variazioni di ogni caso, sei passaggi.

  1. Ascolta e legge i bisogni

    Incontra persone, operatori, amministratori; analizza dati e territorio. L’obiettivo è capire il bisogno reale, non quello presunto.

  2. Mappa risorse e attori

    Chi fa già qualcosa, con quali mezzi, con quali limiti. Spesso la soluzione sta nel collegare ciò che esiste.

  3. Progetta con le comunità

    Costruisce il servizio o il modello insieme a chi lo gestirà e a chi ne beneficerà, con processi partecipativi e co-progettazione.

  4. Definisce il modello economico e di governance

    Chi paga, chi decide, chi risponde: un servizio senza un modello sostenibile si spegne alla fine del primo finanziamento.

  5. Fissa gli indicatori fin dall’inizio

    Quale cambiamento si vuole generare, e come lo si riconoscerà. È la base della valutazione d’impatto.

  6. Accompagna la realizzazione

    Avvio, monitoraggio, correzioni, rendicontazione a finanziatori e comunità.

Welfare design e valutazione d’impatto

Sono due facce dello stesso lavoro. Progettare un servizio senza chiedersi come se ne misurerà l’effetto significa non poter dimostrare, dopo, che è servito; valutare un servizio nato senza obiettivi chiari è quasi impossibile. Per questo il welfare designer definisce gli indicatori mentre progetta, e il valutatore d’impatto restituisce al progetto, ai finanziatori e alla comunità il cambiamento generato.

Innovare le politiche sociali significa progettare con le comunità e saper dimostrare il cambiamento che si genera.

Quando serve un welfare designer

  • Un ente vuole avviare un nuovo servizio e non sa se, come e con chi.
  • Un’opera o un servizio esistente non risponde più ai bisogni di oggi.
  • Più enti di un territorio vogliono lavorare insieme su un problema comune.
  • Una fondazione vuole orientare le proprie erogazioni all’impatto, non solo alla spesa.
  • Un ente pubblico apre un percorso di co-programmazione o co-progettazione.
  • Un istituto religioso deve ripensare il futuro delle proprie opere.

Nel mio lavoro il welfare design si traduce nei servizi di consulenza strategica, progettazione e valutazione d’impatto, per enti pubblici, religiosi e del terzo settore.

Domande frequenti

Il welfare designer è una professione riconosciuta?

Non esiste un albo: è una figura emergente, nata dall’incontro tra progettazione sociale, management degli enti e valutazione d’impatto. Le competenze si costruiscono con la formazione e, soprattutto, con l’esperienza sul campo in ambiti e ruoli diversi: è lavorando dentro i processi, da più punti di osservazione, che si impara a conoscerli davvero.

Che differenza c’è tra welfare design e welfare aziendale?

Il welfare aziendale riguarda i benefit e i servizi che un’impresa offre ai propri dipendenti. Il welfare design riguarda invece la progettazione di servizi e politiche di benessere per una comunità o un territorio, con enti pubblici, religiosi e del terzo settore. Possono incontrarsi, per esempio nel welfare territoriale, ma sono cose diverse.

Il welfare designer scrive anche i progetti per i bandi?

Spesso sì, ma non è il punto di partenza. Il bando è uno strumento per finanziare un’idea; il welfare designer lavora prima sull’idea, sui bisogni e sul modello, e poi cerca le risorse adatte, che possono essere un bando, un accordo con l’ente pubblico, una fondazione o il patrimonio dell’ente stesso.

Quanto dura un percorso di welfare design?

Dipende dalla scala: ripensare un singolo servizio può richiedere qualche mese; costruire un modello di welfare di comunità con più enti può richiedere uno o due anni, con fasi di ascolto, co-progettazione, sperimentazione e valutazione.